IL “BACIO” DI JAMES CRUMLEY







 

Quando uscì “L’ultimo vero bacio” negli Usa ventisei anni fa, l’edizione hardcover vendette 4400 copie. E io mi dissi, ok, meglio andare a lavorare, questa cosa dei libri non attacca. Poi però non è mai uscito di stampa, ed è stato tradotto in tutto il mondo. Ho imparato che se non vendi tante copie puoi sempre dire che sei un autore di culto. La gente a volte ci crede.
(Intervista di Matteo Persivale a James Crumley, Il giornale, 9 dicembre 2004)

 

Uno squattrinato investigatore, C. W. Sughrue. Una ragazza, Betty Sue Flowers, scomparsa da diversi anni, ma che ha lasciato un segno indelebile nella vita di molte persone. Un vecchio scrittore, Trahearne, alla ricerca dell’ispirazione perduta tra fiumi di birra, mogli ed ex mogli… E poi la paradossale figura di Fireball, un bulldog…alcolizzato.
È L’ultimo vero bacio (Einaudi, Torino, 2004), il primo romanzo noir di James Crumley scritto nel 1978, pubblicato per la prima volta in Italia per i gialli Mondatori nel 1991, ed ora nobilitato da una nuova traduzione e veste editoriale.




In principio l’ossessione
 

 

87 dollari. E’ questa la cifra che Sughrue accetta da Rosie per risolvere il caso della figlia Betty scomparsa ormai da più di dieci anni. Disilluso dalla vita, sospinto da un’ironia tagliente al punto tale da rendere accettabile e normale qualsiasi comportamento, Sughrue da quel momento in poi darà anima e corpo per risolvere il complicato caso. La ricerca di Betty diventerà molto presto un’ossessione che coinvolgerà non solo l’investigatore, ma tutti i personaggi che animano il romanzo e che, in un modo o nell’altro e in tempi diversi, hanno avuto a che fare con la ragazza. Un’ossessione conseguenza dello stesso fascino capace di sprigionare Betty; un fascino dal candore bianco, pulito e ricoperto di una ingenuità disarmante. Tutti la vorrebbero vicino – dall’ex maestro di recitazione, all’ex fidanzato –, tutti la desiderano, tutti la rimpiangono, tutti la ricordano come l’incarnazione di una bellezza rarefatta e di una sognante sensibilità.
Ma per Sughrue, che passa la vita da un luogo ad un altro, il nuovo incarico non diventerà mai la classica sfida da lanciare a se stessi, né tanto meno un modo per redimersi e quindi per avviare una rinnovata fase delle propria vita all’insegna di nuovi e più solidi valori. Non ne uscirà trasformato dalla lunga vicenda costellata da bugie e reticenze; rimarrà se stesso, svincolato da un mondo in cui non si riconosce, ma del quale decide di farvi parte, di viverci senza troppi traumi e complessi. Ingannato e tradito da tutti, diventato parte di un meccanismo più grande di lui, di un complotto prestabilito a tavolino, Sughrue accetta gli eventi con una noncuranza che alla fine del romanzo raggiunge il parossismo. Alzerà la voce, ma accetterà la morte della ragazza. La sua veemenza, la sua ossessione, si trasformerà alla fine in una cupa consapevolezza dal sapore ancor più straniante perché la morte della ragazza si rivelerà del tutto inutile, priva di senso. Una tristezza, un lungo lamento frutto della stessa incapacità dell’uomo di far fronte ai tremendi meccanismi che la vita propone con irriguardoso disprezzo.

 
 
 



La scissione dal lungo e la perdita di senso

 

Sicuramente uno degli aspetti fondamentali del romanzo è come viene descritto il rapporto tra il protagonista e il mondo circostante. Sughrue ha una propria casa e ci sono momenti del romanzo in cui viene descritto il suo “vegetare” sotto il sole in compagnia solamente di una smisurata quantità di birra. Ma si tratta soltanto di brevi accenni in un romanzo che al contrario mette in scena un uomo in costante movimento, che si sposta in un continuo viaggio senza fine da una parte all’altra degli Stati Uniti. È un viaggiare fatto di elissi, di stacchi, dove – il più delle volte – l’attenzione non cade sul percorso, sul viaggio in sé, ma sul luogo di approdo, sulla destinazione. Il peregrinare da costa a costa viene vissuto – in modo del tutto coerente con l’immagine del personaggio – non come una necessità introspettiva, quanto piuttosto come una naturale conseguenza dell’indagine da svolgere.
Forse si tratta di un romanzo sulla scissione dell’uomo dal proprio ambiente. Sull’incapacità di trovare dei veri e propri vincoli con la propria terra, anche se questo non va a compromettere l’importanza del luogo e del fascino da esso esercitato. Lo stesso Crumley, come il suo protagonista, è uno scrittore profondamente ancorato alle tradizioni culturali e letterarie americane e in modo specifico texane, anche se da anni vive nel più isolato Montana. Ma questa identità non nega la strisciante presenza di una contraddizione: quel sottile rapporto di odio-amore con la propria terra. Il comportamento di Sughrue, è la massima esemplificazione di questa contraddizione: stralunato, solitario, esule in patria, perso nei meandri dello sterminato territorio nordamericano, vive con passione e visceralità la storia di Betty, ma al contempo si lascia assorbire con indifferenza dal territorio perdendone le stesse coordinate geografiche.

 




A questo non completo riconoscimento con il territorio corrisponde una forma di indifferenza ed indolenza che compare a più riprese nel romanzo potenziandone il senso di straniamento a favore di un iperrealismo. Un indifferenza e che porta i personaggi ad accettare e a riconoscere come normali situazioni prive di senso, stranezze che non hanno nulla di “normale”. Una perdita di senso, una forma di strano irrealismo, che domina il romanzo; si pensi alle prime pagine che culminano in una sparatoria del tutto inspiegabile, incredibilmente irrazionale, dove è difficile riconoscervi un’aderenza alla realtà, ma considerata da tutti come un qualcosa di naturale, un qualcosa che può accadere. In questo senso la stessa figura di Fireball, bulldog alcolizzato, trascinato da una parte all’altra degli Stati Uniti come un pacco, assume, nell’economia della storia, un’assoluta centralità che va a complementare la stessa figura del detective privato.
L’ultimo vero bacio è un romanzo noir. Un romanzo noir dei più classici, con determinate e prestabilite coordinate narrative. Il grande valore di Crumley – oltre alla coerenza dei risvolti narrativi importanti, ma non fondamentali – sta nella capacità di far muovere i personaggi in un modo incredibilmente sospeso all’interno degli avvenimenti. In questo senso la forza dei personaggi convive con quel particolarissimo rapporto di conflittuale attrazione con le situazione architettate dall’autore. Non è un caso che Crumley si sia più volte dichiarato un grande ammiratore del cinema di Sam Peckinpah, ed è facile riconoscere nelle sue storie lo stesso estremo individualismo, la solitudine e poi – non ultima – quella dose calibratissima di ironia al limite del comico che rende L’ultimo vero bacio un romanzo di straziante bellezza.

Filippo Mariani








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