L’AMERICA DI CHARLES LINDBERGH E L’AMERICA DI PHILIP ROTH

 

La storia è tutto ciò che accade dappertutto. Anche qui a Newark. Anche qui in Summit Avenue. Anche quello che succede in una casa a un uomo qualunque: anche questo domani sarà storia.
(P. Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi, Torino, 2005, p. 190)

Negli Stati Uniti degli anni Quaranta Charles Lindberegh, il popolarissimo asso dell’aviazione protagonista della celebre trasvolata New York-Parigi, vince le elezioni presidenziali battendo il favorito Roosvelt. Da questo momento in poi il nuovo presidente invertirà la rotta della politica estera americana –  tradizionalmente vicina alle potenze democratiche europee – a favore di un progressivo avvicinamento alle posizioni oltranziste della Germania nazista.

Un’America impaurita dallo spettro della guerra, agitato da Roosvelt come una necessità morale , accoglierà in blocco la nuova politica isolazionista del carismatico presidente, accettando terribili compromessi – a cominciare dall’antisemitismo – che mai il “paese delle libertà” avrebbe immaginato di accogliere.
Finzione – il contesto storico supposto – e realtà – i ricordi autobiografici  dell’infanzia vissuta a Newark – si intrecciano in un dei romanzi più sorprendenti del grande scrittore americano (P. Roth, Il complotto contro l’America, Einaudi, Torino, 2005) che al di là delle implicazioni politiche – riflesso di un presente sempre pronto ad etichettare “scuole di pensiero” funzionali ad avvalorare tesi di “schieramento” – dimostra come sia possibile svelare le emozioni più pure e terribili che rendono straordinaria ed unica la vita di tutti gli uomini.

E se…

 
Di solito i romanzi che partono da un presupposto storico ipotetico lasciano indifferenti molti lettori, a causa dell’artificiosità del contesto che rischia di assorbirne tutta l’attenzione trasformando i fatti messi in scena in un semplice e poco stimolante “giochetto” narrativo. Già Robert Harris nel suo Fatherland immaginava la vittoria della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale per dar vita ad un thriller a tratti interessante, a tratti troppo convenzionalmente aderente alle regole del romanzo di genere. Altrettanto diretto – anche se in questo caso ci troviamo di fronte ad un libro diversissimo – è il punto di partenza che anima l’ultimo romanzo di Philip Roth: “E se gli Stati Uniti invece di entrare in guerra affianco dell’Europa democratica avessero appoggiato, più o meno indirettamente, l’espansionismo nazista?”. In realtà, il giochetto dei “se” non interessa assolutamente all’autore del famoso “Lamento di Portnoy”. La storia è soltanto un pretesto per raccontare la reazione al nuovo corso statunitense degli ebrei che abitano nella comunità di Newark. Roth costruisce un contesto ipotetico, una grande sfera immaginifica all’interno della quale si muovono tutti i personaggi, ed in primo luogo la famiglia Roth: i genitori, il fratello, la zia, il nipote Alvin e poi – il vero protagonista – il piccolo Philip.
Il rapporto con la storia ha indubbiamente caratterizzato gli ultimi decenni della narrativa americana. Pensiamo a Libra di Don De Lillo sull’omicidio Kennedy o al convulso e ossessivo rapporto instaurato con i miti della storia americana da James Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille). Scrittori diversissimi ma con un comune approccio facilmente identificabile nella interazione tra la “sfera privata” e il “contesto storico e sociale” di riferimento. Autori, quindi, che non rinunciano a se stessi, ma che al contrario si svelano in un costante rapporto con la proprio vita. E anche in Il Complotto contro l’America Philip Roth mette in scena se stesso, mantenendo ambiguamente indefinito quel labilissimo confine tra le vicende autobiografiche realmente vissute e il contesto di finzione che fa da cornice al romanzo. Difficile ed affascinante capire dove finisca la realtà e cominci la fantasia, dato che il romanzo mantiene in sè una “coerenza letteraria” che azzera e rende sterile un’indagine di questo tipo. 
 
 
 


Il lento scivolare degli eventi
 

Le grandi scelte politiche dei paesi non avvengono mai in modo repentino, ma si consolidano attraverso un lento percorso. Nell’immaginario di Roth l’America degli anni Quaranta è un paese fascista, ma ciò che descrive nel romanzo non è il risultato finale o le decisioni eclatanti che fanno piccole o grandi le nazioni, ma i progressivi mutamenti percepiti da una famiglia di ebrei piccolo borghese. Indizio dopo indizio assistiamo al nuovo percorso dell’America di Lindbergh; piccoli momenti, ad una prima e superficiale analisi insignificanti, ma che delineano il lento degradare degli eventi. L’America sprofonderà così nel baratro della barbarie trasformando in tragedia la vita stessa di alcuni personaggi del romanzo (l’assassinio del giornalista oppositore Walter Winchell, il suicidio del vicino di casa e la morte della stessa moglie vittima della furia antisemita). Ma la tragedia, a maggior ragione in questo romanzo, è sempre frutto di un accumulo di eventi. Infatti, nell’immaginario di Roth la nuova politica reazionaria americana si insinua con perversa discrezione, in punta di piedi, nella vita di tutti cittadini, lasciando segni destinati a sconvolgerne gli affetti fino alle conseguenze più terribili. Da qui lo sprigionarsi delle fobie, delle ossessione, come quella del capo famiglia il cui odio nei confronti del presidente Lindbergh – eroe nazional popolare che si presta alle oscure trame di Hitler – diventa una ragione di vita che in più momenti sembra compromettere la stessa stabilità e felicità del nucleo famigliare. Ebrei contro ebrei, sorelle contro sorelle, fratelli contro fratelli: una sorta di “guerra civile” tutta interna al nucleo familiare che vive in modo speculare – e spesso contraddittorio – le mille ossessioni scaturite dalla particolare situazione politica nazionale. Uno stato di progressiva tensione che culmina nel drammatico scontro fisico – descritto da Roth con poche ma essenziali parole – tra il padre e il nipote Alvin,  che ha già dato una gamba per la causa antinazista, ma che ora dice “Gli ebrei? Io mi sono rovinato la vita per gli ebrei!”. “E’ tutta colpa di Lindbergh” frase ripetuta in continuazione; considerazione che assume un senso logico e compiuto nel contesto storico in cui sono immersi i personaggi, ma che Roth sembra utilizzare non tanto per criticare in modo convenzionale e banale qualsiasi forma di governo reazionario, quanto piuttosto per evidenziare il peso dell’ossessione e le sconvolgenti conseguenze capaci di scardinare la stessa qualità e bontà dei rapporti umani.




L’innocente paura di un bambino


L’ossessione non è altro che il prodotto di un intreccio di paure. Da un certo punto di vista ci troviamo di fronte ad una romanzo che porta al centro del discorso la crescita e lo sviluppo della paura nel più intimo dell’animo umano. Da un lato la paura della comunità ebrea di Newark legittimamente allarmata dai nuovi corsi politici. Una paura all’inizio solo percepita, ma che diventa sempre più concreta quando gli ebrei americani si rendono conto che la politica filonazista abbracciata dal governo ha portato alla stessa trasformazione del concetto di patria: non più un agglomerato di senso e di valori comuni, ma un nuovo concetto razzisticamente esclusivo e riservato solo ad una determinata “tipologia” di cittadini. Nel racconto immaginato lo stesso successo dell’isolazionista Lindbergh nasce proprio dalla paura del popolo americano di fronte alla prospettiva di una guerra in Europa considerata lontana e ingiusta. A questa forma di “paura collettiva” si associano le piccole paure quotidiane che segnano l’infanzia di Philip e dei suoi coetanei. Attraverso queste minuziose descrizioni Roth sembra volere dimostrare che non esistono paure di diverso tipo, ma la paura, il sentirsi minacciati, è un sentimento ancestrale che ha già in sé un potenziale capace di sprigionare un emotività che esula dallo stesso motivo scatenante che paradossalmente si perde. La grandezza di Roth sta proprio nella capacità di descrivere e relazionare i momenti dell’infanzia di Philip scarnificandone i motivi e portando alla luce la stessa essenza. La paura emerge quando si trova per la prima volta di fronte ad un minaccioso agente dell’FBI che lo tempesta di domande, ma anche quando si rifiuta di entrare nella cantina di casa, luogo che nella sua fervida immaginazione diventa simbolo di mille paure.
La vita di Philip tra il 1940 e il 1942 è sovrastata dai grandi temi che attanagliano i cittadini americani in quella convulsa fase storica, ma nello stesso tempo è filtrata dalla condizione di vivere nella difficile età dell’infanzia. Un bambino come molti altri, con i suoi giochi preferiti, le sue passioni (la filatelia), l’innocente capacità di meravigliarsi sempre di fronte a tutto, ma anche quella strana – e naturale – predisposizione alla cattiveria così tipica nei bambini. Se ne renderà conto quando verrà a sapere in una drammatica telefonata che la mamma del fragile Seldon – considerato da Philip non un amico, ma una nullità – è stata uccisa nel  Kentuky a seguito dei tumulti antisemiti. Era stato Philip, grazie all’aiuto dell’influente zia, ad agevolare il loro trasferimento nei nuovi pogrom ideati dall’amministrazione Lindbergh. “Questo disastro era opera mia” dirà Philip, confrontandosi per la prima volta in modo lacerante con il senso di colpa.
Nel romanzo di Roth c’è tutto questo, ed altro. C’è, ovviamente, una lucida analisi di come per un paese democratico sia relativamente facile imprimere una stretta autoritaria. Il male è vicinissimo, non è un qualcosa di immaginario, ma “può” diventare una forma di normalità riconosciuta da tutti come necessaria: una follia che diventa realtà. Un’analisi che Roth porta alle estreme conseguenze quando fa dire ai suoi personaggi: “L’America non diventerà mai nazista, non sarà una nuova Germania”; nell’immaginazione dello scrittore ci andrà molto vicino, anche se nelle ultima pagine del libro i principi democratici si imporranno nuovamente. Ma come interpretare questo velato “happy end” porta le nostre analisi oltre gli aspetti propriamente legati alla qualità del romanzo in sé a favore di un’analisi fortemente caratterizzata da un approccio politico, con il rischio sempre presente di farsi schiacciare dai nostri stessi schemi mentali, e in più, a mio avviso, le implicazioni politiche legate al contesto storico immaginato che hanno alimentato lunghi – e in alcuni casi sterili – dibattiti sulle pagine dei quotidiani, non sono certo il fulcro del libro. Limitiamoci ad acclamare il nuovo e straordinario romanzo di Philip Roth. Un romanzo sulle mille paure quotidiane e sulla dissoluzione dell’infanzia – trasfigurata dagli inevitabili sensi di colpa – come immagine evocativa dei molti pericoli imminenti che accompagnano il lento fluire della vita. Muoversi nel mondo non è mai stato così difficile…e così affascinate.

 

Philimeryg


     





 

 
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