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Comunque sia, a ogni osservatore imparziale appare chiaro che l’individuo umano non può essere felice, che non è in alcun modo concepito per la felicità, e che il suo solo destino possibile è quello di diffondere l’infelicità attorno a sé rendendo l’esistenza degli altri intollerabile quanto la propria.
(Michel Houellebecq, La possibilità di un’isola, p. 57) |

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La vita di Daniel, comico irriverente e anticonformista che, conosciuto il successo di critica e di pubblico, aderisce svogliatamente ad una setta che preconizza l’avvento di un nuovo genere umano. Il racconto di Daniel si intreccia con la vita di Daniel 23 e Daniel 24, suoi discendenti diretti e rappresentanti della nuova razza, i neoumani. Michel Houellebecq tra cinismo e slanci di speranza racconta questa storia nel suo ultimo romanzo: La possibilità di un isola (Bompiani, 2005). |
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Daniel è un personaggio di successo; è adorato dal pubblico che ride di gusto di fronte alle sue invettive, ma anche dalla critica più sofisticata che riconosce nella sua satira una vena anarchica e rivoluzionaria; una ventata di libertà rispetto al conformismo della società. E’ un intellettuale moderno: scrive monologhi al vetriolo, realizza film dai titoli assurdi dove mette in scena concetti e teorie al limite dell’indicibile. A lui, paladino dell’anticonformismo e “artista” affermato, tutto è concesso: cinismo, ambiguità, cattivo gusto. Se la prende con quella “strana pratica” che consiste nel “mettere al mondo dei figli”; processo che, a suo dire, produce solo una nuova dose di infelicità e che al contrario ostruisce il vero e definitivo progresso: il definitivo spopolamento dell’Occidente.
All’apice della creatività artistica realizza un film (Due mosche dopo), da lui stesso definito come “una vibrante arringa contro l’amicizia, e più generalmente contro l’insieme delle relazioni non sessuali”. Per Daniel l’amicizia è un sentimento vile, poco consapevole perché privo di quel contatto, di quella materialità, capace di elevare e completare l’uomo in tutta la sua complessità. In questo senso la sofferenza non è uno stato mentale trascendente, ma molto più semplicemente l’assenza del contatto fisico. Daniel, sulla base di una progressiva e sofferta estremizzazione della realtà, arriverà alla conclusione che i rapporti umani si fondano esclusivamente sulla componente sessuale. Il sesso, l’intreccio di corpi, il sudore, la progressiva fusione sono gli unici aspetti che qualificano la vita riempiendola di senso e valore. L’invecchiamento e il trapasso non hanno nulla di metafisico, ma sono solo un percorso che porta l’uomo all’unica certezza: la morte. Ad un certo punto guarda con disprezzo la moglie Isabelle, invecchiata e appesantita di venti chili. Nel suo cupo e viscerale ragionamento introspettivo sua moglie ha già imboccato il viale della morte in quanto vittima di quella che viene definita “la tristezza del disfacimento fisico”.
L’assenza di fisicità – anticamera della fine – viene quindi vissuta come un dramma e Daniel non riconosce certo come soluzione valida il progresso scientifico che promette di prolungare e rigenerare – ma in modo comunque temporaneo – l’esuberanza fisica. Al contrario, l’unica soluzione accettabile sembra quella che implica in sé, come fulcro risolutivo, l’eliminazione del problema alla base. Il futuro è quindi l’estinzione del sesso e del conseguente groviglio interpretativo che ne deriva, a cominciare, come vedremo, dall’amore. Da qui nascono le riflessioni che lo portano, ormai vittima della sua stessa creatività e delle sue ossessioni, ad aderire alla setta degli elohimite che promette l’avvento di un nuovo e immortale genere umano.
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Brutalità, fisicità, cinismo, fine dei sentimenti? Non è così. I vincoli del sesso, le mille riflessioni che occupano la vita di Daniel sono momenti disperati che partono proprio dalla ricerca dell’amore e non dalla sua negazione. La morte fisiologica è solo l’ultimo stadio che suggella la definitiva fine dell’amore.
I romanzi di Houellebecq sono romanzi sull’apparente complessità dell’amore non fa eccezione La possibilità di un’isola. Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un’apparente separazione tra i sentimenti – che vengono descritti in modo semplice e disarmante – e alla debordante fisicità che immancabilmente ha alimentato lo scandalo al momento dell’uscita di ogni suo nuovo romanzo. Un forma di integrazione tra sentimento e corporeità che aspira ad una totalità che non si pone limiti. E’ così che l’amore – e le sue interminabili derivazioni – diventa dimostrazione di semplicità, codificazione di un sentimento che non ha eguali e che trova un suo senso compiuto capace di aggirare il rischio della retorica in concetti come “desiderio di annientamento” e “sentimento oceanico”. Daniel vive la sua storia con Esther come se fosse un adolescente sconvolto dal bisogno d’amore. Lentamente il cinismo si scioglie e lascia il posto ad un crescente, ma mai banale, sentimentalismo.
E infatti è ancora una volta la ricerca dell’amore al centro del suo nuovo romanzo. Il protagonista insegue l’amore perfetto, e lo trova; Ma si tratterà di un’illusione che lo porterà al suicidio. Houellebecq già in Piattaforma aveva messo in scena l’idea dell’amore perfetto e della sua negazione. In quel romanzo la storia tra Michel e Valery veniva stroncata dalla tragica morte della ragazza a seguito di un attentato terroristico di matrice islamica. In quel caso la brutalità del mondo esterno aveva determinato la fine di un’illusione. Ne La possibilità di un’isola tutto nasce dall’interno: l’amore implode. Infatti, è Esther, giovane e bella, a mettere in discussione in modo brutale il suo rapporto con Daniel. E’ in questi momenti centrali del romanzo che Houellebecq descrive in modo incredibile la progressiva perdita e l’incapacità da parte di Daniel di capire come il rapporto con Esther stia finendo, così, all’improvviso e senza possibilità d’appello. Il calore il Esther si trasforma in freddezza, alla complicità subentra l’estraneità, all’amore l’indifferenza, al coinvolgimento l’umiliazione. Conosciuto l’amore, quell’amore “ingenuamente” così vero al punto tale da sconvolgerne la stessa individualità, Daniel – per la prima volta con le lacrime agli occhi – affronta il declino, l’autodistruzione fisica, l’annientamento della speranza, perché – come lui stesso afferma – “l’amore non condiviso è un’emorragia”.
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Daniel 23, Daniel 24 sono i cloni di Daniel, l’originale. Sono i rappresentanti di una nuova concezione di umanità, una “vita eterna” partorita da un ipotetico progresso scientifico. Non hanno sentimenti, non piangono, non ridono, non sanno cosa sia l’amore, ma vivono apparentemente bene perché non conoscono né l’invecchiamento né la morte. Il sogno di questa nuova vita è il nulla, è l’azzeramento totalizzante che dovrebbe portare ad un’ipotetica “libertà dell’indifferenza”, ad una “serenità perfetta”. In sostanza un tentativo estremo che vuole eliminare, in modo rivoluzionario, tutte le sofferenze insite nell’animo umano. I neoumani sono espressione di un’evoluzione che nasce dall’eliminazione di tutti quegli orpelli che causano il dolore e che hanno reso la vita precedente cosi “materialmente” vincolata alla fusione tra il corpo e l’anima. Non c’è amore, non c’è bisogno di nutrirsi, ma soprattutto non c’è l’arte, percepita come una proiezione della sofferenza e che, in un’ipotetica società perfetta, non ha ragione di esistere perché “chi pensa ancora all’arte quando la felicità appare possibile?”.
Ma nel nuovo mondo sono molte le contraddizioni e ci sono le prime defezioni. Ed è così che Daniel 24, immerso nei ricordi del suo avo, decide di andare fino in fondo e parte con la sua compagna Marie 23 alla ricerca dell’amore. Conoscerà l’amore, ma solo dopo aver conosciuto la sofferenza (la morte del cane Fox tra le sue braccia). Lentamente comincia a capire cosa significhi per un uomo fissare l’orizzonte perduto in riva al mare: l’illusione, i sogni, i desideri, la ricerca della felicità, la vulnerabilità che da sempre ha accompagnato la vita, così complessa e straordinaria, dei sui avi.
Questo è Houellebecq: un concentrato di parole scritte con la violenza di un macigno, dove la forza del cinismo e di una perversa forma di cattiveria si pietrifica, lasciando trasparire un mondo di segni percorsi da una sensibilità estrema. Rimane un pessimista, e fa dire al suo protagonista che “la felicità non è un orizzonte possibile”, ma un pessimista che ci crede ancora, che mantiene vivo il senso della sfida, ma che soprattutto nobilita, come nessun altro, il valore e l’importanza di una parola così abusata come “amore”. Scorretto, scorrettissimo. Fa dire al suo protagonista che l’ecologia è un’ideologia masochistica, al punto tale che alcuni uomini odiano i loro simili a favore degli animali; gente che piange per l’estinzione di un “invertebrato” ma che rimane impassibile di fronte ad una carestia. Odiatissimo dal mondo mussulmano, ha concluso con uno spettacolare attentato di matrice terrorista islamica Piattaforma, molto prima dell’11 settembre. Nelle sue interviste non ha mai cercato di smorzare i toni, anzi ha confermato quelle che da molti vengono considerate delle vere e proprie sentenze, nella più famosa delle quali dice con semplicità che la religione islamica è un’insieme di sciocchezze ed è la peggiore tra tutte le religioni. Ed è sempre in Piattaforma che, in alcune pagine illuminanti, ha preconizzato la rivolta delle bandieu parigine che nel finire dello scorso anno ha riacceso drammaticamente il dibattito sulla teoria dello scontro tra le civiltà. Non certo un profeta, ma neanche un “semplice” indagatore dei mali della società contemporanea, quanto piuttosto uno scrittore capace di portare alla luce le contraddizione che caratterizzano la vita e i mille desideri che ne segnano il destino.
Prendere o lasciare. Lo si può odiare tranquillamente, ma non si può certo negare la sua grande capacità di produrre una letteratura che trasuda umanità e sensibilità, dove il profondo pessimismo convive con la volontà di continuare la strada verso la ricerca di una possibile felicità, di un possibile e unico amore. Anche lui come Daniel che, vissuta un’illusione e a pochi passi dalla fine, si meraviglia di come – nonostante le amarezze, le paure e l’inadeguatezza – continui a credere solo in una cosa: nell’amore……
Filippo Mariani
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