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Questo documentario è stato reso possibile grazie alla lunga amicizia che lega l’autore del film alla protagonista, che dopo dieci anni di anoressia e di isolamento ha deciso di raccontare la sua esperienza, rompendo così un lungo silenzio.
Il film inizia col ritorno di Marta a casa dei genitori dalla clinica dove è stata per lungo tempo in cura.
Questo ritorno alle “origini” costringe Marta ad affrontare i problemi che sono stati causa del suo malessere: il rapporto con i genitori, il senso di isolamento dal resto degli uomini e l’impossibilità di una comunione con essi, le aspettative di affetto deluso ecc. Ritrovare i fantasmi da cui pensava di essere stata liberata indurrebbe Marta sulla soglia della disperazione se non fosse per la capacità acquisita di riconsiderare il suo male, e in generale la sua vicenda umana, in una prospettiva nuova, illuminata da un fuoco “scoperto” proprio grazie alla malattia. La ferita così illuminata, e quindi resa visibile, si carica di bellezza e di senso, aprendo perciò una possibilità inedita nella vita di Marta.
Il lavoro propriamente registico tenta di rendere presente e visibile queste dinamiche, fuggendo un linguaggio troppo brutale o televisivo, preferendo invece un registro poetico e minimale che si avvicina al cinema di fiction, pur non essendolo. Infatti la protagonista del film non segue un copione né una sceneggiatura: tutte le scene sono frutto di un lavoro “in diretta”, quasi un auto ipnosi che lascia fatalmente intravedere quanto c’è di più profondo e difficilmente esprimibile. In un certo senso si potrebbe dire che Marta, accettando di rivedere i luoghi, le persone, che di fatto hanno messo in lei il germe dell’anoressia, ha accettato non senza pericolo di riviverla. Consegnandosi ad essa è entrata in una agonia, nella quale il male stesso, la sua oscurità, è attratto alla luce della parola, dell’immagine, e dentro questi confini viene trasfigurato. |