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Quando il maggior pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta la speranza, allora la disperazione nasce venendo a mancare la speranza di poter morire.
(Søren Kierkegaard, La malattia mortale, Opere, III) |
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Pubblicati nel 2002 su iniziativa del figlio i diari di Andrej Tarkovskij (Diari martirologio, Edizioni della Meridiana, Firenze, 2002, pp. 718) rappresentano un’autentica e vera immersione nella poetica del regista, ma anche una commuovente testimonianza sulla terribile cognizione del dolore. Appunti, schegge, immagini impazzite di un patchwork mentale che solo la diaristica è in grado di restituirci. |
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Tarkovskij cominciò a fissare i suoi pensieri su un diario a partire dal 1970. Per lui era un modo di mantenere sempre accesa la riflessione sul mondo che lo circondava, sul proprio mestiere, sui propri affetti. In questo senso i diari gettano una nuova luce sull’opera del regista ucraino. Perché Tarkovskij parla molto di cinema, e soprattutto di tutti quegli aspetti che da sempre ne hanno accompagnato la sua personale visione: il riconoscimento artistico, il rapporto tra il cinema e la vita, la fragilità umana, l’inesorabile scorrere del tempo.
Un continuo scambio dialettico tra il peso dell’arte e la spiritualità umana, che lo porterà a realizzare film intrisi di una forma di misticismo segnata dal rapporto interiore con Dio e dalla riflessione sull’eccezionale vacuità della vita vincolata in modo definitivo al tempo. Mai come in Stalker lo spettatore si è confrontato con quella che Tarkovskij definiva “la pressione del tempo”, l’incedere del momento cinematografico sulla tensione emotiva della vita. Infatti, la sua riflessione temporale non si ferma ai soli aspetti cinematografici, ma diventa telaio di una analisi onnicomprensiva sulla sequenzialità della vita. Ancora vita e cinema, modellate da una percezione temporale sempre attiva e mai definitiva, sequenza dopo sequenza… |
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“L’impossibilità per il cinema di esprimere la contemporaneità delle azioni altrimenti che in successione, simbolizza bene l’impossibilità di esistere dell’uomo e della sua storia al di fuori del tempo e del concetto di sequenzialità. Che è la manifestazione convenzionale e rudimentalmente primitiva del tempo”.
(Martirologio 7, 25 settembre 1986)
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“Comunque il pessimismo non è pertinente all’arte. La letteratura, come l’arte in generale, è religiosa. Nella sua più alta manifestazione dona la forza, infonde speranza di fronte al mondo moderno mostruosamente crudele, e nella sua insensatezza, giunto fino all’assurdo. La vera arte contemporanea ha bisogno di catarsi con cui dovrebbe purificare gli uomini davanti alle catastrofi imminenti o catastrofi incombenti. Anche se la speranza è un inganno, questo inganno da la possibilità di vivere e amare la bellezza. Senza speranza non c’è l’uomo. Dunque nell’arte bisogna mostrare quest’orrore, nel quale vivono gli uomini, ma soltanto nel caso in cui alla fine esista un modo per esprimere la Fede e la Speranza. In cosa? Per cosa? Nel fatto che nonostante tutto egli è pieno di buona volontà e del senso della propria dignità. Nel fatto che non tradirà mai l’ideale – la fata Morgana, un miraggio – la propria vocazione umana”.
(Martirologio 1, 9 settembre 1970)
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La speranza, l’uomo, la dignità. Dall’altro lato l’arte, forse incapace di dipanare i terribili labirinti dell’animo umano. In mezzo la spiritualità, lo sguardo mistico, il costante rapporto così vero, terribile, con un Dio e la sua lontananza; un cinema “dal volto umano”, dove l’arte è già uomo. |
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Di origine ucraina vive in una fase storica travagliata: gli anni Settanta della Guerra fredda. Questo lo porterà a combattere con tutte le forze per realizzare i suoi progetti, sempre ostacolati con forza dai vertici del Partito comunista sovietico. Proprio a causa dell’opposizione del Comitato di controllo sulle attività cinematografiche lui, che considerava il suo mestiere un dovere, fu costretto a rinunciare a molti lavori (tra questi un film sulla vita di Dostoevskij, una riduzione dalla “Peste” di Camus), preparati in modo puntiglioso e sempre sul punto di partire, ma alla fine bloccati inesorabilmente dall’oppressiva burocrazia sovietica che con scuse, il più delle volte ridicole, non smise mai di controllarlo quasi in modo militare.
Nelle memorie più intime Tarkovskij da libero sfogo a tutte le sue frustrazioni, ai continui scontri con le autorità politiche che non vedevano di buon occhio la sua produzione cinematografica così improntata sul lirismo, piuttosto che sul realismo di stampo socialista. Artista del pensiero libero, che trovò anche il coraggio di esporsi pubblicamente difendendo il regista Sergej Paradžanov accusato di gravi reati contro la patria e caso emblematico delle persecuzioni sovietiche, dovette subire l’umiliazione di venire incontro alle richieste, non certo artistiche, dei diversi Comitati di controllo e censura. In una lettera il Comitato per il visto censura ordinò a Tarkovskij di eliminare da Solaris “il concetto di Dio” e tutti i riferimenti alla religione cristiana. Demoralizzato, più volte pensò di abbandonare la carriera artistica ritirandosi in campagna ad “allevare maialini, oche, a curare l’orto, mandandoli tutti al diavolo!”.
Ma nei diari troviamo anche delle analisi politiche che anticipano i successivi sviluppi della situazione internazionale mondiale. Legge, in largo anticipo, come la definitiva dissoluzione dell’Unione Sovietica sia ormai vicina a causa della bramosia di potere che da sempre aveva segnato l’indirizzo della classe politica dirigente.
L’impossibilità di continuare a lavorare in Unione Sovietica in libertà e autonomia, lo porterà prima in Italia poi in Francia, lontano dalla famiglia e soprattutto dai figli a cui il governo, per tre lunghi anni, non rilasciò il visto per raggiungere il padre. Dal 1980 per Tarkovskij cominciò infatti un periodo di scontro frontale con le autorità politiche, diventando di fatto un “dissidente politico”. Scrisse una serie di lettere ai politici più influenti del mondo occidentale (Pertini, Thatcher, Schultz, Mitterrand) chiedendo di intermediare con le autorità sovietiche per potere riabbracciare i figli. Il 10 luglio 1984, attraverso una lettera inviata direttamente al presidente Ronald Reagan, chiede ufficialmente asilo politico agli Stati Uniti, ma sarà la Francia di Mitterand ad aiutarlo ospitandolo e finalmente riuscendo a convincere l’Unione Sovietica di Mikhail Gorba?ëv a concedere il lasciapassare ai figli per Parigi.
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Ma dai diari la cosa che emerge in tutta la sua componente emozionale è l’incontro tra l’alta poetica del suo cinema e il rapporto con la propria fisicità, che fin dalla giovane età fu caratterizzata da un’estrema debolezza. All’epoca della stesura, nel 1970, per Tarkovskij cominciò un periodo molto difficile per la sua salute, periodo che lo accompagnerà molto lentamente alla morte sopraggiunta, dopo quasi due anni di sofferenze, nel 1986. In questo senso, alla luce di questa fragilità corporea, è facile comprendere perché Tarkovskij decise di intitolare i propri diari “martirologio”: sentirsi un martire, la vita come sofferenza fisica e spirituale. Per estensione il martirologio diventa un elenco di nomi di persone che hanno dato la propria vita per un ideale; non una forma di presunzione, ma una connotazione, che Tarkovskij attribuisce a tutti gli uomini.
Una vita segnata dalle delusione e dalle sofferenze fisiche. A seguito della complessa realizzazione di Solaris il suo cuore comincia a dare i primi gravi problemi. Nel 1977 un primo attacco di stenocardia anticipa di un anno un infarto, a soli 46 anni, che lo terrà a letto per un lungo periodo. Annota in modo puntiglioso e dettagliato i dolori che lo affliggano, ma con un pudore commovente si chiede se non “sarà meglio che smetta di scrivere della mia malattia”. Il rapporto con la spiritualità, con la religione, lo aiuterà ma non mancheranno i momenti di sconforto che lo porteranno anche a rassegnarsi ad un profondo pessimismo sostenendo che “la storia dell’umanità è molto simile a un mostruoso esperimento condotto sugli uomini da un essere crudele e sordo a qualsiasi compassione”. Ma il dolore e l’infermità fisica negli anni più duri della malattia non gli impedirono di continuare a lavorare anche progettando nuovi film. Non un semplice modo finalizzato ad esorcizzare il male, quanto piuttosto una conseguenza del suo rigore e della sua ferrea volontà; rigore e volontà che gli permisero di affrontare con consapevolezza anche gli ostacoli più terribili imposti dal destino.
Sopraggiunto il tumore e le logoranti sedute di chemioterapia, Tarkovskij comincerà ad annotare riflessioni sempre più profonde e personali sul significato della morte. Anche la morte diventerà terreno di ricerca; una terribile autodiagnosi che non lo porterà a risolvere uno dei grandi misteri dell’esistenza umana, ma a porsi continue ed ossessive domande. Domande semplici senza risposta, che spesso lasciano il passo solo al dolore e alla consapevolezza di dover lasciare questo mondo:
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“L’uomo nel corso della propria vita sa che prima o poi dovrà morire. Non sa però quando morirà, perciò sposta questa scadenza lontano nel futuro. E questo lo aiuterà a vivere. Ora invece, io lo so. E niente mi può aiutare a sopravvivere. E questo è molto duro”.
(Martirologio 6, 15 dicembre 1985)
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Il 16 dicembre 1986, poco prima dell’ultimo ricovero, senza perdere la fiducia si chiederà molto semplicemente: “Sto per morire?”. Lasciarsi andare, morire. Così oltre la vita, la morte; una morte che Andrej Tarkovskij accetta apparentemente in modo indifferente, ma in realtà partecipe in tutta la sua drammaticità. Un foglio e una penna, per raccontare l’arte della vita, la terribile responsabilità di comunicare, di farsi umile profeta di un mondo così semplicemente complesso.
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