SENZA UN ATTIMO DI TREGUA: MILLION DOLLAR BABY

 

Cerco più che posso di non affliggermi di nulla e di accettare tutto quanto avviene come il meglio. Credo che sia doveroso e che si pecchi a non farlo.
(Lettera di Blaise Pascal a Charlotte de Roannez, settembre 1656)

Frankie Duhan, vecchio e stanco allenatore, dopo l’interessamento dell’amico Eddie decide di lasciare da parte ogni dubbio e di allenare Maggie Fitgerald ragazza di periferia decisa a sfondare nel mondo della boxe. Frankie porterà la ragazza al successo. Ma non ci sarà tempo per assaporare questo trionfo, e un incidente sul ring porterà Frankie ad offrontare una situazione e a prendere una decisione che non avrebbe mai voluto prendere.

Ritorno alla Nouvelle vogue

Nel 1985 Jean Luc Godard dedicò il suo Detective a John Cassavetes, Edgar G. Ulmer e Clint Eastwood. In anticipo, come sempre, Godard con quel gesto ricoprì di patina autoriale il regista californiano ricordato più come modesto attore che come regista. Il riconoscimento di Godard avveniva, infatti, in un periodo in cui una critica miope, affossata nello stereotipo duro a morire del poliziotto Henry Callhan, considerava Eastwood un semplice mesteriante capace di confezionare film modesti ed ideologicamente poco difendibili, utili solo al Box Office, ad un pubblico mangiatore di pop corn e alle major hollywoodiane dominate dalla più becera insensibilità artistica. All’epoca Eastwood aveva già diretto quel piccolo capolavoro di Honkitonk man, dura e delicata parabola di un musicista country che prima di morire realizza il sogno di incidere un disco, dando inizio ad una personalissima rilettura del cinema di genere associata ad una potente riflessione sullo “stato dell’uomo” e sul “fare cinema”. Da quel momento, soprattutto in Francia, qualcuno cominciò ad alzare timidamente la mano facendo notare che il cinema di questo “modesto” attore andava finalmente riconsiderato. Ormai Eastwood non era più quel giovane attore scoperto da Leone e che quasi per caso nel 1971 decise di debuttare alla regia con Brivido nella notte. Altri anni furono necessari per superare questo stereotipo talmente mitizzato da diventare una realtà riconosciuta, erroneamente, da tutti gli addetti al settore: l’idea che il cinema di Eastwood dovesse tutto all’insegnamento del maestro italiano. Non è così. Con gli anni l’autore californiano, sempre più regista e sempre meno attore, ha dimostrato di aver avviato un percorso cinematografico assolutamente autonomo che non deve nulla al cinema, così diverso, di Leone, ma piuttosto affonda le sue radici nella cinematografia classica america (Ford, Hawks, Mann), ma senza diventarne una sterile copia.

In my country.

Il resto è storia: Il cavaliere pallido, Gunny, Bird, Cacciatore bianco, cuore nero, Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Potere assoluto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Fino a prova contraria, Space cowboys, Debito di sangue, fino al pluriacclamato Mystic River. Si è confrontato con i generi più diversi, sempre con un lettura attenta e mai banale. In I ponti di Madison County ha dato alla luce uno dei melodrammi più intensi degli ultimi anni, senza rinunciare, in modo mai presuntuoso o stucchevolmente metafilmico, a quell’analisi dall’interno del corpus cinematografico: la riflessione sul mestiere. E’ proprio questo film, che può sembrare un’eccezione nella filmografia del registra, un piccolo saggio, un concentrato sulla sua personalissima idea di cinema. In I ponti di Madison County Eastwood mantiene intatto il fascino perverso – perché capace di sollecitare facilmente il pubblico – del melodramma rispettandone codici e tempi, ma a questa struttura di genere associa tutti quei valori che da sempre hanno caratterizzato la sua idea di cinema e la sua idea di vita: la cultura americana rappresentata a suon di jazz, il cinema come prodotto artigianale, lo sguardo compassionevole verso l’umanità, l’imperativo etico e la consapevolezza, il riscatto perduto e soffocato dall’incedere, spesso brutale, della vita. 
In Potere assoluto, Fino prova contraria e soprattutto Debito di sangue si è confrontato con la più classica delle crime-story, dando un contributo fondamentale al rilancio di un genere che, a parte gli acuti del tutto particolari di David Fincher, negli ultimi anni non aveva prodotto film memorabili. I generi, i codici, i modelli: un confronto serrato, dove Eastwood ha dimostrato come non sia necessario avere la presunzione di riscrivere il cinema, di essere “innovativi” a tutti i costi, ma come, mantenendo fede a determinati modelli culturali e muovendosi al loro interno, sia possibile rivitalizzare un modo di pensare il cinema legandolo indissolubilmente alla tradizione, ma senza rinunciare ad una poetica che, con il passare del tempo, si è fatta sempre più dilatata, ambigua, anarchica.
La grandezza di Eastwood sta proprio nella sua americanità, in questa profonda immersione nella cultura americana. L’ultimo dei grandi registi americani – in una cinematografia nazionale che sta ormai scomparendo a causa di una omologazione commerciale (è il caso di gran parte delle grandi produzioni commerciali) ed intellettuale (il cosiddetto cinema indipendente, troppo spesso convinto che per fare buon cinema sia sufficiente allontanarsi il più possibile da Hollywood) – capace di mettere all’angolo anche un Scorsese sempre “perversamente” attratto da una certa cultura europea. Un radicamento nel territorio che, attualmente, può essere paragonato solo ad un grande outsider perso e rinato a più riprese: Michael Cimino.

Nel vuoto della palestra

Negli ultimi anni il suo cinema si è fatto sempre più ambiguo, laterale, decentrato fino all’inverosimile. A questa indeterminazione ha sempre corrisposto una solidità morale al punto che non è assolutamente presuntuoso definire il suo cinema come un cinema della consapevolezza. In Million dollar baby Eastwood, mette ancora una volta in scena l’ambiguità. Già ci aveva abituato con Mystic river, e soprattutto con il suo film più misterioso e affascinante: Mezzanotte nel giardino del bene e del male. Una regia silenziosa che si perde nel vuoto di quella palestra, dove gli allenamenti di susseguono meccanicamente, e dove solo la voce fuori campo di Eddie contribuisce a creare una clima dolcemente sospeso tra il dramma e la favola. E’ uno degli aspetti fondamentali del film: una commistione di generi, però mai forzata, ma accompagnata in una forma onirica capace di rivestire il film di una patina destabilizzante. Un’ambiguità di stile che trova un punto d’incontro con l’ambiguità che domina la vita dei tre personaggi: persi nei meandri della vita, apparentemente fiduciosi del futuro, ma sostanzialmente rassegnati ad un destino fatto di colpe, di errori, di illusioni vane.
Eastwood con Million dollar baby ha fatto un film su tre personaggi. Ha ragionato sulla stessa nemesi del racconto, sulla base di un’essenzialità narrativa ridotta ai minimi termini. Maggie, Frankie e Eddie sono lo stesso aspetto della verità umana, sono particelle perse nei meandri della vita. Frankie è un vecchio allenatore roso dai sensi di colpa. Eddie è il suo amico, che ha dovuto rinunciare alla carriera di boxer a causa della presunzione e degli errori di Frankie. Maggie è una giovane ragazza di periferia che non ha avuto niente dalla vita e che, raggiunta la soglia dei trent’anni, decide di diventare una campionessa. Tra Frankie e Maggie inizierà un rapporto che va oltre la freddezza tra allenatore e allieva, ma che sfocia nella ricerca dei padri e dei figli. Non c’è sentimentalismo a testimoniare la genesi di questo rapporto umano, ma è al contrario una diffusa aria di durezza e apparente insensibilità che svela lentamente lo scoprirsi reciproco dei due personaggi. Per Frankie allenare l’esuberante e cocciuta Maggie diventa l’illusione di un riscatto impossibile; stretto tra il passato (Eddie) e il futuro (Maggie) sfiorirà questa illusione, rendendosi subito conto che la vita non fa sconti e che neanche il suo amico sacerdote è in grado di spiegare in modo convincente il mistero della colpa, della vita e della morte. A suo modo cercherà di andare avanti, di dimenticare il passato, a cominciare dalla presenza di Eddie trattato con crescente distacco, cercando in tutti i modi di dimostrare a se stesso come sia possibile guardare avanti e dimenticare il passato. Frankie dimostra come le colpe e il passato non si possano cancellare, ma allo stesso tempo, con una naturalezza disarmante, si congelino. Eastwood in questo film ha radicalizzato qualsiasi discussione sulla consapevolezza arrivando ad una definitivo paradosso. E’ straordinario vedere come questa sottile ambiguità, tra il peso del passato e lo slancio del presente, tra gli errori commessi e l’incedere della vita,  venga descritta senza calcare la mano, ma con una delicatezza di stile assolutamente invisibile. Da questo punto vista la descrizione del rapporto tra Frankie ed Eddie è semplicemente prodigiosa: un rapporto fatto di silenzi, di sguardi, di mezze parole capaci di svelare l’animo più puro dei personaggi.

Dinamiche della morale
In Million dollar baby le dinamiche narrative vengono messe al servizio di una messa in scena calibratissima, quasi minimale, che procede non per accumulo, ma per sottrazione. Si tratta, forse, del film più sbilanciato e indeterminato del regista americano che, arrivato alla soglia dei settantacinque anni, sembra aver portato all’estreme conseguenze questo processo di sottrazione. Sono infatti gli imperativi morali che animano il film, che dettano i tempi di una regia mai invasiva, ma nascosta, a suo modo invisibile, dal sapore lievemente straniante. In questo senso è impossibile scindere la dimensione della storia raccontata e le implicazioni ad essa associata, con il modo di raccontare scelto da Eastwood così rigorosamente essenziale: una perfetta congiunzione di modi e di tempi. Una storia morale, un cinema morale, una regia morale: un’identità perfetta dato che è impossibile non notare come la macchina da presa di Eastwood si muova con una discrezione pari solo all’ambiguità che domina la vita dei personaggi messi in scena.
Million dollar baby è un film dove la consapevolezza morale rasenta una poetica del rigore quasi giansenista, e quindi capace di rivoluzionare concetti apparentemente assodati, a cominciare dal libero arbitrio, fortemente messo in discussione anche attraverso l’occhio cinematografico, così indeterminato, di Eastwood. Un’impostazione, ovviamente laica, ma in un’ottica protestante dominata da un clima di rassegnazione, conseguenza di quell’etica del lavoro tipicamente americana; perdenti che, anche se apparentemente vincitori, vivono “nel miglior modo possibile”, accettano impassibili gli eventi e sono condannati ad un definitiva e consapevole consacrazione della sconfitta. La vita è un attimo dov’è impossibile trovare una logica capace di razionalizzare il peso delle colpe e di un passato mai così vicino al presente, ed Eastwood si fa volutamente trascinare fino all’estremo in questo clima del rigore soffocato con inaudita violenza dal destino. Duro, terribile, ambiguo, ma…morale.

La semplicità della morte

In tutto questo anche la scelta dell’eutanasia non è un modo per affermare un valore o aprire un dibattito sull’eticità di questo gesto, ma una logica conseguenza dei personaggi. Non c’è compassione in Frankie che quasi in modo spettrale accetta la morte di Maggie con rassegnazione e con una consapevolezza che non lascia via d’uscita, certo che, purtroppo, anche dopo la morte la vita continua. E’ morale uccidere una persona? Sembra una domanda a cui Eastwood non sappia o non voglia rispondere. L’eticità del suo cinema sta proprio nel rifiuto di qualsiasi giudizio morale. Frankie, Maggie ed Eddie sono inseriti in un contesto narrativo che si muove a sé, dove il regista fa di tutto per sottrarsi al racconto, per non incidere in modo persuasivo o dittatoriale sulla scelta dei personaggi in balia delle loro paure, debolezze, scelte.
Forse Million dollar baby verrà ricordato come un film sulla boxe come Alì o Toro scatenato o addirittura Rocky. Ma significa chiudere gli occhi e limitarsi a rilevarne solo gli aspetti più evidenti, perché di tutto si tratta tranne che di un film sulla boxe. Ancora una volta Eastwood dimostra di amare i personaggi ricordandoci in continuazione, e in modo quasi ossessivo, come nel suo cinema le situazioni siano dolcemente bilanciate con il desiderio di animare l’uomo, comprenderlo, metterlo di fronte ad una sfida infinita, mai conclusa, spesso persa in partenza.
Mai come in questo film, di padri e figlie, Eastwood ci ricorda, senza architettare complessi e vacui discorsi pseudofilosofici, che il regno della ragione sta nell’ambiguità. La certezza è, alcune volte, un lusso che non ci possiamo permettere. La vita scorre, e alcune volte le scelte non sono conseguenza di imperativi morali, ma sono una logica ed inevitabile conseguenza di azioni. Nel regno della consapevolezza tutto accade, tutto è cosi difficile, ma allo stesso tempo tutto diventa così “facilmente” realizzabile. Anche uccidere una persona: un’unica inquadratura, una innocua iniezione, gli occhi che si chiudono dolcemente. Ecco…la semplicità della morte. 

F. M.
gradycole@libero.it

 

   
 


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