Dolci momenti qui ebbero fine;
questo è un luogo possente;
nei suoi confini risero speranze:
ombre già nella tomba.
(Emily Dickinson)
“Sono un diavoletto così serio e intenso, terribilmente sinistro e ansioso, che non capisco come qualcuno possa resistere in una stanza con me. So per certo che io non mi sopporterei”.
(James Dean, citato in M. GIOVANNINI, James Dean. Il mito della gioventù bruciata, p. 196)
30 settembre 1955. James Dean si schianta a folle velocità con la sua Porsche lungo la strada verso Salinas. E’ l’inizio di uno mito destinato a durare, senza cedimenti, fino ai giorni d’oggi. Marco Giovannini in “James Dean. Il mito della gioventù bruciata tra storia e leggenda” (Mondadori, 2005) ci racconta questa storia; non una semplice biografia, ma uno studio immediato ed appassionato che cerca di svelare l’architettura che sta alla base del mito.
Questa è una storia che comincia dalla fine. Una storia che acquisisce un senso, una sua grandezza, a partire dalla morte del protagonista. James Dean, 24 anni, di una bellezza inedita nel panorama della cinematografia americana; una bellezza fatta di fragilità e ribellione, passioni e silenzi, trasgressioni e sensibilità. Prima di quel fatidico 30 settembre non era altro che uno dei tanti attori promettenti sfornati dalla macchina cinema. Molti lo definivano una brutta copia del già monumentale Marlon Brando, non a caso l’unico vero idolo del giovane Dean, aspirante attore che non perdeva occasione per imitarlo, dalle pose ai comportamenti. La sua carriera durò il lampo di tre film, ricordati oggi – al di là dei specifici meriti – esclusivamente per la sua presenza. Con La valle dell’Eden aveva conquistato un successo immediato ed inaspettato; la “solita storia” del sogno americano, dove il ragazzo di provincia conquista, con tenacia e passione, il successo. Un mese dopo la sua morte uscì nelle sale americane il lacerante Gioventù bruciata che proiettò Dean nell’olimpo hollywoodiano, consegnando prepotentemente il film di Nicholas Ray alla storia del cinema americano. Il nuovo e crescente esercito dei fan dovette aspettare invece un anno per l’uscita del suo ultimo film: Il gigante.
La morte violenta di Dean trasformò in modo inevitabile il destino di questi tre film che, nel corso degli anni, hanno perso in parte il loro valore specificatamente cinematografico trasformandosi in oggetto cristallizzato di quel complesso di segni ed emozioni consegnati dal divo al mondo terreno. Ma all’interno delle coordinate del mito aleggia la morte; la morte che trasforma, che consegna il razionale alla leggenda, che imprime una terribile accelerazione verso la creazione di una nuova dimensione. Quella di Dean è una morte teatrale, spettacolare e terribile. E’ già cinema; l’immagine dell’auto distrutta è già consegnata alla storia. Non è un caso che questo sinistro episodio abbia suscitato l’immaginazione e la creatività di uno scrittore radicale come Ballard, che nel suo Crash dedica non poche pagine alla “riproduzione” del celebre incidente.
Una morte quindi attiva, capace di generare perversamente una nuova forma di vita assolutamente svincolata dalla tangibilità e “banalità” della vita terrena. Infatti, non c’è niente di mitico nella vita di James Dean, tuttavia è proprio questa assenza a produrre nuove e più stimolanti realtà parallele, pronte ad entrare in un universo di eterea solidità percettiva. Il divo viene percepito, deformato, usato, in mille modi diversi. Già Edgar Morin in un suo fondamentale studio sul divismo (I divi, Garzanti, 1977)) aveva dedicato diverse pagine alla morte di James Dean e alla conseguente edificazione dell’immortalità. Morin in quel testo analizzava in modo freddo e distaccato – su delle basi di un assoluto rigore sociologico-scientifico – la genesi e lo sviluppo del mito. Anni dopo sarà Kenneth Anger con i due volumi Hollywood Babilonia (I & II, Adelphi, 1977 e 1986) a riscrivere genialmente e in modo provocatorio la storia della mecca del cinema. Anger, attraverso un processo mentale di attrazione e repulsione, è il primo osservatore che ha evidenziato come nella grandezza del mondo del cinema sia già insita la decadenza, come alle luci corrispondano sempre le ombre, come le vite siano vincolate ai fantasmi. Grandezza e decadenza, luci e ombre, uomini e fantasmi, un groviglio di immagini capaci di vampirizzare cinicamente anche il volto di James Dean. Una forma di demitizzazione anticonvenzionale perché paradossalmente capace di convivere con un fascino a cui è impossibile sottrarsi.
Il libro di Marco Giovannini non ha le pretese scientifiche di Morin, non ha il fascino dirompente di Anger, ma ha il pregio dell’immediatezza e della semplicità. Alla fine del libro ci si rende conto, ancora una volta, che i miti non muoiono mai; di come qualsiasi operazione che intenda in modo semplicistico distruggerne la loro forza sia destinata a fallire miseramente.
Ma cosa rimane oggi, a cinquant’anni dalla morte di James Dean, oltre allo “straordinario” schianto che lo consegnò giovanissimo, e suo malgrado, all’immortalità? Sicuramente i tre film che testimoniano la grandezza e la sensibilità dell’attore. Tra questi almeno un capolavoro assoluto firmato da uno dei più grandi registi americani: Nicholas Ray. Ed è proprio nella scena iniziale di Gioventù bruciata che si vede uno stralunato Dean – ribelle senza causa – disteso e schiacciato sull’asfalto di una strada deserta osservare stranito un piccolo pupazzo meccanico, quasi a cercarne una disperata ed impossibile forma di comunicazione. Forse è la scena che con maggior intensità riassume il cinema e la vita di James Dean, una vita stretta tra innocenza e precarietà, una vita, a suo modo, così drammaticamente cinematografica.
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