UNIVERSO TSAI MING-LIANG: IL GUSTO DELL’ANGURIA







 

E gli occhi, i poveri occhi così belli in cui spunta
il dolore di vedere qualcosa che finisce
Triste corpo! Quanto debole e quanto punito!
(Paul Verlaine)

Hsiao-Kang, attore di film porno, rivede dopo anni Shiang-chyi, un’amica conosciuta probabilmente alcuni anni prima quando per vivere vendeva orologi. I due lentamente si riavvicineranno, ma questo possibile amore non si concretizzerà pienamente, ma rimarrà un’illusione meravigliosa e irrealizzabile. Fa da sfondo una Taiwan colpita da una grave crisi di siccità, dove il succo di anguria – sponsorizzata in modo martellante dalla televisione pubblica – costa meno dell’acqua e dove per lavarsi ci si arrangia. E’ l’ultimo, complesso e affascinante, film di Tsai Ming-Liang

Pornomusical
Difficile catalogare l’ultimo film del regista malese, trapiantato a Taiwan, senza incorrere in semplificazioni o valutazioni superficiali. Il suo è un modello di cinema sicuramente ostico, che rinuncia alla parola e che pone al centro l’immagine come complesso di segni polivalente capace di rivoluzionarne la stessa immediatezza percettiva tipica dell’atto del vedere, quasi in una visone volta ad alimentare un ideale trionfo dell’immagine pura. Ma rispetto agli altri suoi film Tsai Ming-Liang ne Il gusto dell’anguria introduce un elemento di discontinuità, che si manifesta nel ricorso ad una forma di ironia – e in parte di comicità – del tutto inedita. Per l’autore non è certo l’inizio di una nuova poetica cinematografia, ma solo un elemento aggiuntivo capace di integrarne la valenza introspettiva – e di conseguenza drammatica – tipica del sua cinema.
Il risvolto ironico, perno del film, è evidente nella serie di balletti musicali, dalle corografie coloratissime, che in modo sistematico danno una certa cadenza e tono al film. Già in Il buco Tsai Ming-Liang era ricorso agli inserti musicali, ma in questo caso sembra volerne estremizzare l’utilizzo con l’obiettivo abbastanza evidente di valorizzarne la dimensione ironica. Ironia, che in alcuni momenti, sembra sfociare in una comicità diretta; in questo senso, si pensi al balletto ambientato in un “cesso” pubblico dove un gruppo di giovani ragazze danzano allegramente, al ritmo di motivetti popolari anni Sessanta, intorno ad un ragazzo travestito giocosamente da pene. Questi intermezzi non sono utilizzati per realizzare un cambio di registro (dal drammatico al comico) quanto piuttosto per imporsi, in modo irruento ed inaspettato, come momento liberatorio. La stessa cadenza e ritualità dei balletti contribuisce ad edificare un “mondo parallelo”, una forma di liberatoria catarsi, che corrisponde a sua volta agli stessi desideri dei due imbrigliati e soffocati protagonisti. Altri momenti del film contribuiscono a potenziare questo apparente clima scanzonato e giocoso; uno sviluppo su due piani paralleli dove alla brillantezza dei balletti segue la comicità – più o meno volontaria – delle scene di sesso, il “set porno”. L’utilizzo erotico dell’anguria nella scena iniziale o la distratta attrice che perde al suo interno, tra l’imbarazzo generale della troupe, il tappo di una bottiglia, sono solo alcuni di questi momenti; momenti “hard” che si ripetono a più riprese, ma che si legano idealmente alle altrettanto ripetitive parti musicali. In questo senso sembra quasi instaurarsi un parallelo tra la dimensione musicale del film – e quindi specificatamente cinematografica – e il sesso, al contrario componente tangibile e razionale della vita di tutti i giorni.  Il film, infatti, non è altro che una continua alternanza tra diversi piani; da una lato il realismo delle scene di sesso, dall’altro le colorate scene musicali. In mezzo a queste due dimensioni così “estreme” c’è la semplicità della vita dei due protagonisti, che gesto dopo gesto si avvicineranno e si sfioreranno alla ricerca di un possibile amore.

Nei vincoli della disperazione

Che cos’è il sesso? Cosa significa per due persone unirsi? In Il gusto dell’anguria il sesso diventa un terribile gioco meccanico, una ripetizione ossessiva apparentemente neutra e svuotata di ogni senso. I “set porno”, filmati da Tsai Ming-Liang in modo ironico e al contempo cinico, non sono altro che espressione di un terribile fallimento: il fallimento dell’amore, o meglio l’unica forma d’amore possibile. Duro a dirsi, ma è così. E’ in queste sequenze che il sesso perde la sua complessità, la sua forza di comunicare, la sua capacità di trasformarsi in puro ed incondizionato atto d’amore. Non si tratta certo di gratuito cinismo o di una visione ristretta conseguenza di un processo di semplificazione. Al contrario, la grandezza nel regista sta proprio nella capacità di evidenziare le infinite contraddizioni che stanno alla base dei rapporti umani. Infatti, c’è l’ironia, il cinismo, ma anche la tenerezza così evidente nel rapporto che si instaura tra Shiang-chyi e Hsiao-Kang; due persone comuni ed integrate nella società del cosiddetto benessere che si lanciano in un’impresa impossibile: dare un senso al calore umano. Sono soli, spaesati, vittime di una forma di alienazione che non lascia via di scampo e alimenta un profondo disagio comunicativo. Shiang-chyi e Hsiao-Kang non ricorrono alla parola, ma comunicano attraverso continui e piccoli gesti: fanno da mangiare, si guardano, bevono, fumano, tentano per tutto il film di aprire una valigia, si masturbano discretamente in silenzio, cercano  in tutti modi di unirsi e di sentirsi vicini. In una delle scene più belle e commoventi si siedono sotto un tavolo e, quasi a volersi riparare da un mondo capace di soffocare, sperimentano – complice una sigaretta – un primo contatto fisico.
Ma questo personalissima “storia d’amore” trova una sua concretezza solo nella terribile ed interminabile scena finale (circa venti minuti), che ricorda la sequenza del pianto ininterrotto che concludeva Vive l’amour, il primo film importante e di successo del regista malese. Qui Tsai Ming-Liang, in una delle sequenze paradossalmente più caste della storia del cinema, blocca la sua macchina da presa che fissa il volto immobile di Shiang-chyi immerso nel sesso di Hsiao-Kang. Una lacrima riga il viso della ragazza, una lacrima che racchiude tutto il senso della disperazione, dell’irrinunciabile bisogno d’amore. E’ un ultimo “atto d’amore”, forse il solo che riescono ad esprimere i due tormentati protagonisti del film, in una sequenza che va oltre l’immediatezza descrittiva del “banale” rapporto orale, ma associa a questa brutale concretezza il peso del disagio e della solitudine. Da possibile il loro amore diviene così un’illusione che nega la stessa essenza di qualsiasi sentimento e che lascia il posto al vuoto, alla perdita, allo sbilanciamento delle coordinate affettive, in un ottica che porta alla decomposizione del corpo fisico imbrigliato in una fissa plasticità, dove il sesso diventa un ultimo ed estremo tentativo di comunicazione, un linguaggio, forse, troppo complesso da decifrare. 
Tsai Ming-Liang ci aveva già abituati a questa visione profondamente pessimista, che fa seguire ad una sottile forma di crudeltà il naturale bisogno di tenerezza e di comprensione. Un cinema duro e implacabile, ma umano, dove l’immagine si erge a linguaggio in grado di descrivere sommessamente i mali della vita e i disagi dell’uomo, a cominciare dall’incredibile paradosso che consiste nel desiderio di comunicare e nella sua stessa – e consapevole – negazione. Un cupo universo che ci presenta un mondo fatto di solitudine e di desideri inespressi, di sogni impossibili e di indeterminazioni. E’ la “meravigliosa incertezza” della vita, legata in modo indissolubile ad un cinema mai cosi distante da qualsiasi presunzione di verità assoluta. Infatti, con Il gusto dell’anguria Tsai Ming-Liang dimostra ancora una volta come il cinema non dia alcuna certezze. Imbastisce un film sull’impossibilità dell’amore, ma lo riempie di tenerezze, di piccoli gesti resi ancor più potenti dall’assenza della parola. C’è una breve sequenza che esemplifica la straordinarietà del gesto e il suo valore e che dimostra dove stanno i confini del “volersi bene”. Shiang-chyi, sorridente, offre del succo d’anguria a Hsiao-Kang; lui lo accetta timidamente, per poi, senza farsi vedere, buttarlo via dalla finestra. E’ in questa semplicità, così rarefatta e priva di parole, che l’immagine si sfalda restituendoci il trionfo sofferto della vita…e del cinema.

ForG

 

   
 


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