THE BLACK DAHLIA: DA ELLROY A DE PALMA

Cos’è un noir? Un bel crimine, un intrigo corposo, una ragnatela difficile da dipanare. Qui abbiamo la Los Angeles mitica del dopoguerra. Un assassino unico, non un multiplo come per troppi serial killer. Il mistero, l’orribile brutalità, la seduzione del male.
Il noir è un look, ma anche una medicina: lenisce le pene, chiarisce circostanze oscure e asseconda oscure necessità. E trasuda nostalgia, è anche una maniera semplificata per rivisitare il passato”.

(James Ellroy a Venezia, 30 agosto 2006)

Los Angeles 1947. I due investigatori Dwight Bleichert e Lee Blanchard, entrambi ex pugili, sono l’orgoglio del dipartimento di polizia di Los Angeles. Da avversari sul ring tra i due si consoliderà una forte amicizia, un’amicizia che coinvolgerà anche Kay, la ragazza di Lee. Il rapporto tra i tre si farà ancora più intenso quando nella periferia di Los Angels viene ritrovato il cadavere, orrendamente mutilato, di Elizabeth Short; un’aspirante attrice arrivata in città in cerca di fortuna, ma finita nel giro molto pericoloso della pornografia clandestina. Il caso, ribattezzato dalla stampa scandalistica della Dalia Nera, diventerà per i due investigatori una vera ossessione con conseguenza inimmaginabili. Sia Lee che Kay nascondono molte cose, mentre Dwight  finirà tra le braccia di Madeliene Linscott, misteriosa dark lady e figlia di uno dei più grandi costruttori della città. Tra menzogne, omissioni, false verità, Dwight riuscirà a risolvere il caso scoprendo che la verità si nasconde nel passato della potentissima famiglia Linscott.



Nel vortice dell’ossessione
  Dalia Nera è l’opera più famosa di James Ellroy. Primo capitolo della celebrata “Quadriologia di Los Angeles”, è il libro che nel 1988 ha lanciato definitivamente Ellroy nell’Olimpo degli scrittori noir più apprezzati e amati dalla critica e dal pubblico. La sua parabola artistica è incredibile; costellata di grandi romanzi, unici per la capacità di ricreare un mondo dove la violenza è fulcro morale di una sofferenza avvolta dall’ossessione. Dall’affabulazione “storica” dell’ambizioso American tabloid, all’incredibile autobiografia dei I miei luoghi oscuri, fino a Corpi di reato, dove Ellroy, in un duplice sdoppiamento diventa scrittore-investigatore cercando di portare alla luce la verità sul terribile fatto di sangue che ha segnato così profondamente ogni aspetto della sua vita: l’assassinio della madre.
E’ proprio con Dalia Nera che Ellroy per la prima volta si confronta indirettamente, in un gioco quasi al massacro, con la morte della madre Geneva. La storia di Elizabeth Short, “attricetta” approdata con un bagaglio di sogni nella Hollywood degli anni Quaranta, si sovrappone a quella di Geneva Hilliker. Gli aspetti autobiografici, che nella maggior parte degli scrittori sono un limite, trovano nello scrittore americano una veste del tutto inedita perché inseriti in un esplosivo e geniale contesto narrativo che va ben oltre il piccolo recinto del “fatto personale”. Una perversa fascinazione che esplode in un carico di violenza a tratti insostenibile e che ha contribuito a diffondere l’immagine di James Ellroy come il vero “duro” della letteratura noir. Una durezza a tratti sprezzante che convive però con momenti di sottile – quasi impercettibile – sensibilità; un’onestà che ci obbliga indirettamente ad un’interpretazione di ordine morale.
I suoi romanzi sono pugni allo stomaco dominati dall’ossessione e dalla torbida attrazione e repulsione verso il male. La seduzione del male diventa così il tratto distintivo all’interno del quale tutti i personaggi, sempre responsabili di qualche colpa, devono confrontarsi in un rapporto di continua contraddizione.  Ad esempio in Dalia Nera, come in altri suoi romanzi, tutti i protagonisti mentono. Mentono a loro stessi, mentono alle persone che amano, mentono per dare libero sfogo alle loro ossessioni. Dwight e Lee affronteranno il percorso verso l’ossessione, cercando di uscirne indenni. Un percorso parallelamente fatto dallo stesso Ellroy la cui intera opera, al di là delle specifiche e indubbie qualità letteraria, può essere interpretata come una lungo cammino verso la catarsi, cioè la definitiva liberazione da quella terribile ossessione. Un percorso personale forse ancora non concluso, ma che non ha impedito allo scrittore –  attraverso romanzi come American Tabloid e Sei pezzi da mille – di andare oltre la codificazione del genere noir; romanzi che non possono essere liquidati come semplice letteratura di genere e che di fatto hanno proiettato Ellroy in un nuova dimensione letteraria che deve ancora trovare il suo pieno sviluppo.
 
 



James Ellroy e Brian De Palma

Partiamo dalla considerazione che è del tutto inutile cercare di evidenziare le differenze narrative tra il film e il libro. Qualsiasi persona che abbia letto Ellroy può facilmente comprendere le difficoltà che emergono nel momento di realizzare una riduzione cinematografica tratta da un suo romanzo. I suoi libri hanno una struttura narrativa molto complessa: singole storie che s’intrecciano a vicenda, punti di vista che si moltiplicano e che disorientano il lettore. Un fulcro narrativo che viene contaminato da molte altre storie concentriche che lentamente si dipanano e convergono in un unico finale. Una letteratura, quindi, vincolata all’intreccio narrativo, ma che non esclude l’importanza e il peso dei personaggi che non vengono certo monopolizzati dalle situazioni e che quindi emergono con una prepotenza che solo Ellroy sa creare. La riduzione cinematografica non si limita a riassumere l’intreccio narrativo, ma soprattutto cerca di cogliere gli aspetti più significativi dei personaggi e lo spirito complessivo evocato dall’autore: la sensibilità del regista filtra dunque l’anima letteraria – e non solo -  dello scrittore.
Il cinema, la letteratura; linguaggi diversi, tempi diversi. Lo stesso Ellroy nella conferenza stampa veneziana ha ribadito con poche laconiche parole che il film “appartiene” al regista, non certo allo scrittore che, al contrario, può vantare un titolo di proprietà esclusivamente sul libro. Non è la prima volta che il cinema si confronta con la prosa iperbolica di James Ellroy. Nel 2000 Curtis Hanson con il suo bellissimo LA Confidential è riuscito, anche grazie ad una sceneggiatura calibratissima, nella difficile impresa di ricreare le atmosfere evocate nel libro. Indimenticabile è la Los Angeles degli anni Cinquanta – fotografata in modo splendido da Dante Spinotti – che fa da cornice ad una storia di corruzione e violenza, di ossessione e morte, di amore e speranza. Un film che ha unito sia il pubblico sia la critica più sofisticata che ha apprezzato molto il ritorno ad un modo “classico e pulito” di fare cinema.
Ellroy ha amato molto anche la trasposizione realizzata da Brian De Palma. Certo gli ingredienti per un film di successo ci sono tutti; un grande scrittore, un regista molto amato dalla critica, un cast di tutto rispetto e molto alla moda. Ma nonostante queste credenziali bisogna subito dire che The Black Dhalia è un film non perfettamente riuscito. La Los Angeles di De Palma, ricostruita in Bulgaria per motivi di budget, è completamente svuotata da qualsiasi forma di protagonismo; una città assente, muta in un freddo silenzio che neanche l’abilissima macchina da presa del regista riesce a rivitalizzare. Questo probabilmente ha “costretto” il regista a privilegiare gli interni e a limitare il più possibile le scene in esterno. Un altro elemento che indebolisce fortemente il film è la mancata armonia tra i personaggi e il contesto narrativo, vero punto di forza della prosa ellroiana. Manca, in questo senso, quel profondo clima di ossessione che investe la vita dei personaggi. Nel libro di Ellroy tutti i personaggi convivono con forme di ossessione da cui non riescono a liberarsi. Il telaio narrativo diventa così uno strumento per ingabbiare i personaggi in situazioni estreme obbligandoli a mettersi dolorosamente in discussione. La stessa violenza così “pura” ed estrema che emerge dal romanzo non è altro che un’ulteriore esemplificazione di queste pulsioni. Il corpo straziato di Elisabeth Short plasma la vita dell’agente Bleicher che dovrà inevitabilmente fare i conti con questa ossessione. Tutta questa materia letteraria è assolutamente congeniale alla poetica cinematografica di Brian De Palma; un regista ossessionato dall’atto del vedere e che con la stessa  ossessione ha “giocato” in molto suoi film a cominciare dallo splendido Omicidio a luci rosse. Purtroppo, De Palma non è riuscito a dare un senso compiuto a questi presupposti perdendo di conseguenza l’essenza più viva dei personaggi. Lo stesso rapporto tra Bleicher, Blanchard e Kay è affrontato in modo sbrigativo e meccanico al punto tale da emarginare i lati più oscuri: il tormento, la morbosità, l’ossessione.
Da questo punto di vista è sicuramente più riuscito L.A. Confidential. Qui Curtis Hanson, senza strafare in senso autoriale e attenendosi ad una rigida impostazione fedele ai codici del genere, era riuscito a realizzare un film dove la città trovava nelle stessa forza dei personaggi il suo valore. Anche al centro di questo film c’era un triangolo amoroso, ma risolto con maggior efficacia. Paradossalmente, forse, per tradurre in immagine le visioni di James Ellroy, così legate ad una tradizione narrativa classica, non è necessario un grande autore come De Palma, ma un solido e attento narratore.  

  Tracce di nero

 

De Palma è un grande regista e sono molte le sequenze girate con abilità e con un senso ineguagliabile dei “tempi cinematografici”. Basti pensare alla scena di apertura del film: un inizio folgorante dove la macchina da presa registra con un preciso piano sequenza lo scontro razziale che infuria nelle vie della città.
The Black Dhalia non è un capolavoro e come abbiamo visto sono molte le debolezze. Ma paradossalmente uno sguardo critico meno vincolato alla forza del racconto ellroiano ci restituisce un film più solido: un freddo e cupissimo noir. Un film che se associato allo stupendo libro di Ellroy perde sostanza, ma se visto con un occhio strettamente vincolato alla materia filmica acquisisce una sua personalissima ragione d’essere. Sembra quasi uno scontro metaforico sul destino del cinema quello tra Ellroy e De Palma. Da un lato lo scrittore che più ha fatto emergere in tutti i suoi romanzi una visione assolutamente cimiteriale del cinema, dove domina l’arroganza, la violenza, lo sfruttamento, un sottobosco squallido che fa da contraltare all’immagine edulcorata della Hollywood degli anni d’oro; uno stereotipo già dissacrato, in modo ancor più pungente, da Kenneth Anger che non a caso nel secondo volume del suo celebre Hollywood Babilonia inserisce, come ulteriore simbolo del cinismo del mondo del cinema, anche la foto della “sconosciuta” Elisabeth Short. Dall’altro lato c’è Brian De Palma, un regista che crede ancora nella forza delle immagini, nel cinema come linguaggio capace di fare breccia tra le mille ossessioni che ci circondano. In entrambi casi è sempre il “nero” ad imporsi. Un colore assolutamente neutro che vive del paradosso della sua stessa assenza di colore; impenetrabile come la pagina di un libro, sfuggente come il fotogramma di un film.

Filippo Mariani




     





 

 
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