WILDER / FERRARA: TRAFITTI DALLE OMBRE Giorni perduti & The addiction 


 

In Giorni perduti -1945- di Billy Wilder, lo scrittore in crisi Dan Miller dopo una nuova sbornia si ritrova in stato confusionale nel reparto riservato agli alcolizzati cronici di un ospedale. Nella notte si animano i fantasmi e l’urlo prolungato di un paziente in preda al delirium tremens sveglierà Dan. La porta si apre ed entra un infermiere mentre le ombre di una grata – che seguono ondeggiando ciclicamente il movimento di apertura e chiusura della porta – trafiggono il volto allucinato e impaurito del protagonista. Cinquant’anni dopo sarà Abel Ferrara nella sua rivisitazione moderna e filosofica del mito del vampirismo (The addiction -1998-) a ricorre alla funerea ombra della grata di un cancello nella sequenza della prima “vampirizzazione”.
In entrambi i casi le ombre si animano, diventando simbolo di un mondo esterno e sconosciuto che avanza con fare minaccioso sulla vita e sulla sua intrinseca debolezza. Un effetto visivo che porta ad una forma di imprigionamento, che congela la vita dei personaggi rivelandone tutta la loro inconsistenza e incapacità di far fronte alla più cupa minaccia. Ombre che si sovrappongono alla lucida perfezione delle immagini, che vengono così deturpate e oscurate in una lotta tutta interna all’immagine stessa. E’ infatti la fragilità, e la sua messa in scena, il tratto che lega queste due sequenze realizzate da registi così diversi. La fragilità dell’essere umano e la sua predisposizione – e lotta – al male, ma anche la fragilità e l’ambiguità dell’immagine cinematografica pronta a sfaldarsi e a rinascere ciclicamente, alimentando – magia della visione – nuovi ed infiniti sensi.

Filippo Mariani