AI MARGINI DELLA PERFEZIONE  Mulholland Drive


 

Una donna in macchina; lo sguardo fisso, attento, severo nella sua irrazionale bellezza. E’ lo straordinario inizio di Mulholland Drive –1999-, il film più complesso e affascinate di David Lynch, dove la ricerca sul valore espressivo del mezzo cinematografico viene contaminata con la progressiva dissoluzione delle potenzialità narrative.
Pochi secondi, ma interminabili, sono necessari a Lynch per dare un senso alla perfezione iconografica, al grado zero dell’immagine.Il volto della protagonista è il volto di una statua – labbra, occhi, capelli, la pelle del viso – pietrificato nei suoi movimenti, congelato nella sua “assurda” fissità, perso nella pesantezza del tempo. Una ricerca sulla plasticità che ricorda alcune fotografie (si pensi a Weston e ai suoi “peperoni”) dove la studio sulla specificità dell’immagine conduce ad una presa di coscienza di come raggiunta la perfezione – la realtà? – il passo successivo sia la sua stessa negazione e trasfigurazione. E’ il mistero e il fascino dell’immagine, perché ai margini della perfezione c’è il paradosso. Ed infatti l’immagine “lynchiana” si scompone, rivelando una realtà diversa ed immaginifica, che traduce la “perfezione del volto” in infinite visioni così diverse dalle percezioni – saldamente ancorate ad un pragmatismo iconografico – iniziali. La realtà la si conquista, ma subito dopo la si perde.
Filippo Mariani